Carla Maria Maggi, luce e ricerca dell’artista ritrovata

Carla Maria Maggi è una pittrice meneghina della quale si è saputo poco fino al maggio del 1997 allorquando il figlio Vittorio Mosca, curiosando nel solaio della villa di famiglia a Cuvio, ritrova in perfetto stato di conservazione le sue opere ancora avvolte in coperte infeltrite. Interrogata a riguardo la madre ammette di aver eseguito in gioventù quei 40 dipinti (ritratti, autoritratti, nudi e nature morte) e quei 12 disegni. Dopo la scoperta Vittorio Mosca si adopera per dare alle opere il giusto riconoscimento e un anno dopo la scomparsa della pittrice, i quadri vengono esposti al National Museum of women in arts di Washington e, a seguire, a Londra e a Milano. In realtà un riconoscimento Maggi lo aveva ricevuto anche in gioventù, nel 1934, quando aveva esposto alla Sociale Primaverile della Permanente e ricevuto il premio Brera con “La sigaretta” per la miglior opera di un giovane artista.

Perchè abbia smesso di dipingere rimane un mistero. L’ipotesi più accreditata è quella che il marito le abbia vietato di dedicarsi all’arte ma le cause potrebbero essere molteplici, oltre al matrimonio anche la nascita del figlio, lo scoppio della seconda guerra mondiale ed il conseguente ritiro della famiglia nella villa di Cuvio; sta di fatto che dopo le nozze Carla Maria Maggi non dipinge più nudi e che nel 1940 depone definitivamente pennelli e tele nel solaio dove il figlio li ritroverà 57 anni dopo. Vittorio Sgarbi definisce la sua la “storia di una vocazione misteriosamente interrotta” e di vocazione si tratta se pensiamo che Carla Maria Maggi manifesta il desiderio di dipingere già all’età di 14 anni.

La madre, intrisa dei valori borghesi dell’epoca che volevano la donna fra le mura domestiche ad occuparsi di figli e marito, si dice risolutamente contraria; il padre, invece, cede presto al desiderio di quell’unica figlia, beneducata e che non ha mai dato problemi; la invia “a bottega” da Giuseppe Palanti che conosce perché membro, come lui, della società degli artisti e patriottica.

Palanti è costumista e scenografo alla Scala, è titolare di una cattedra di decorazione a Brera e pittore molto amato dalla buona società.

In una delle prime “lezioni” incarica la giovanissima allieva di dipingere un ritratto da un calco di gesso ma lei pretende una modella in carne ed ossa; viene accontentata e così comincia a dipingere dal vero; Maggi racconta che Palanti bollò il suo primo ritratto come “orrendo” ma che aggiunse “se vuoi continuare così fai pure” dando ad intendere che pur non condividendo lo stile dell’allieva ne riconosceva il pregio.

In effetti la critica riconosce a Maggi di aver trovato una propria cifra stilistica. Rossana Bossaglia ha creato per Palanti un genere apposito, quello della “pittura da salotto”, che a suo dire ben si attaglia anche a quella di Maggi con riferimento all’intimità nella quale i soggetti vengono ritratti e soprattutto al fatto che le opere non sono destinate ad essere esposte nei musei bensì nelle ville delle famiglie della buona società.

La pittura di Carla Maria Maggi, quella dei ritratti e dei nudi, appare frutto di una ricerca identitaria, le sue donne, come dice Lina Sotis, “non sono fatte per essere guardate ma sono donne che si guardano”. I suoi 4 autoritratti, disposti in ordine cronologico, ci mostrano un percorso di spogliazione: dapprima Maggi si ritrae a Cortina come una donna ricca in villeggiatura in una località rinomata; poi in studio come una vera pittrice e da ultimo senza alcun riferimento: dipinge solo il suo viso girato di tre quarti con lo sguardo fisso nella direzione opposta. Un percorso di “abbandono” delle maschere e dei ruoli sociali che ha la sua naturale prosecuzione nei “nudi” dove le donne che ritrae hanno lasciato “i loro panni” e si mostrano, appunto, nella loro nudità fisica e simbolica. Due di questi nudi, “La prova” e “Lo specchio”, ritraggono donne davanti allo specchio; in entrambe le tele le donne che si specchiano sono ben definite viceversa l’immagine che lo specchio rimanda è quella di un volto “impastato” e indefinito quasi a dire che non basta abbandonare i condizionamenti sociali, familiari e personali per arrivare all’esatta definizione di sé.

Chi siamo davvero?” sembra domandarsi la pittrice che suggerisce una risposta suggestiva con “Lume di candela” una tela dove la donna ritratta prende corpo attraverso la luce: è la luce che le dà forma e identità, se non ci fosse la Luce tutto sparirebbe, inghiottito dal buio e dall’oscurità.

Giovanna Samà

SCHEDA BIOGRAFICA
 
Carla Maria Maggi nasce a Milano nel 1913. Da parte materna vanta una discendenza da Giuseppe Piermarini, da parte paterna dal poeta seicentesco dialettale Carlo Maria Maggi.
Carla Maria è figlia unica e gode appieno dei privilegi che la sua condizione familiare, economica e sociale le riserva.
All’età di 14 anni, nel 1927, esprime il desiderio di dipingere e studiare pittura e arte; il padre acconsente e la manda “a bottega” presso l’atelier di Giuseppe Palanti, in zona Sant’Ambrogio. La madre, portatrice dei valori borghesi del tempo, si oppone risolutamente, “non a caso- scrive nel catalogo delle opere Simona Bartolena- Carla Maria sceglie proprio lei, la madre, per il suo primo ritratto importante, quasi per dimostrarle le sue capacità e i suoi progressi. Nel ritrarla la pittrice usa uno stile più rigido del consueto e una posa tradizionale quasi a compiacere il gusto della donna, che appare in atteggiamento altero”.
Nel 1936 le nozze, qualche anno dopo la nascita del figlio Vittorio Mosca. Nel 1940 Carla Maria Maggi smette di dipingere.
La pittrice si spegne a Cuvio nel 2004.     
 

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